Vorkuta, Inferno Siberia

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Vorkuta, Siberia - Vista dall'alto

Vorkuta, Siberia - Vista dall'alto

La neve è nera a Vorkuta. La vedo sciogliersi in pozzanghere scure che si allargano sulla strada, mentre cammino per via Stalin. Non so se sia per le vecchie miniere di carbone o per le centinaia di migliaia di anime ingoiate dai gulag di questa terra.

“Stia attento a dove mette i piedi se va laggiù”, mi ha detto stamane il portiere dell’albergo nel suo inglese biascicato. “Potrebbe calpestare qualche ossa”. L’ho guardato inorridito. Forse per lui e gli ottantamila abitanti di questa città della Siberia è la normalità.

Una normalità a cui hanno fatto l’abitudine. L’uomo è quello strano animale che riesce ad adattarsi a tutto: anche all’orrore. Pochi, però, ne parlano volentieri: “Sono cose vecchie, del passato”. Me l’hanno ripetuto più volte da quando ieri sono atterrato con un bimotore Antonov da San Pietroburgo.

Ho passato ore nell’aeroporto cittadino per cercare di recuperare i bagagli. Oltre allo zaino, mi hanno perso anche la macchina fotografica. Così, oggi, stretto nel mio giaccone imbottito, ho sfidato i meno venti delle strade dove vecchie Trabant slavate traballavano tra buche profonde, e ho camminato per chilometri.

Negli occhi il riflesso gelido di vecchi edifici scrostati, dipinti con motti vuoti per esaltare le masse di Vorkuta: i minatori guardiani del lavoro. Ho incontrato poca gente, indifferente, la testa bassa, e sono arrivato alla periferia di vecchi blocchi di cemento. Monoliti tutti uguali, anonimi, cadenti. Ho incrociato la ferrovia e i suoi binari lividi dove per anni arrivavano i convogli carichi di condannati e da dove ripartivano carichi di carbone.

Poi, stanco e infreddolito sono giunto qui. Di fronte non ho che desolazione. Baracche marce collassano su se stesse, schiacciate dal tempo, dalla neve, dall’odio. Sono i resti delle povere case di centinaia di migliaia di uomini mandati a morire dal regime inumano di Stalin. Russi, ucraini, polacchi, lettoni, lituani, estoni, tedeschi. Brutali assassini, detenuti politici e prigionieri di guerra dovevano costruire l’Impero. Anche oltre il Circolo Polare Artico.

Morire era una liberazione. Dalle 12 ore di lavoro massacrante al giorno, passate a trainare carrelli carichi di carbone. In meno di tre settimane eri distrutto. Dalla fame che ti rendeva un automa indifeso per le botte dei sorveglianti aguzzini, ligi al dovere dell’eliminazione. Dal freddo che ti aggrediva dentro. Ti gelava il sangue e gli organi, e ti mummificava per l’eternità.

Questa zona è tutta così: un alternarsi delirante di miniere e gulag. Abbandonati, distrutti, dimenticati da un destino crudele, vivono nei ricordi dei pochi sopravvissuti. Erano i primi anni Venti quando nella regione fu scoperto il carbone. Una manna energetica per il nascente sistema comunista. E allora, compagni, tutti a Vorkuta per la gloria del popolo.

Le prime persone arrivarono qui, spinte dall’ideale traditore ed edificarono una città dal nulla. Una città che negli anni sarebbe diventata simbolo e sinonimo di abominio. Il clima al limite della sopportazione e le ricche vene carbonifere da sfruttare ne fecero un luogo ideale per eliminare gli indesiderati e guadagnare dalle loro inutili vite.

Secondo la versione ufficiale, questi campi di concentramento vennero chiusi alla fine degli anni Cinquanta. E poco alla volta anche le miniere. Oggi solo alcune sopravvivono appestando l’aria: rigagnoli di fumo striano il cielo e lo sfregiano di veleno.

Cammino tra la neve sempre più nera, dove ogni tanto emerge qualche croce: il ricordo anonimo di un numero. Cerco di scostare la vecchia recinzione per entrare nello spiazzo gelato che porta alle baracche, oltre la torre di osservazione diroccata. Ma mi taglio la mano nella rete metallica arrugginita. E’ una ferita lunga e profonda da cui scivolano dense gocce rosse.

Le guardo cadere a terra: la Siberia ingoia anche il mio sangue.

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